Rassegna Stampa - Giacomo Mameli dice di Gostolai
Giacomo Mameli
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Professione viticoltore. Con la laurea giusta, quella in chimica (Università
di Cagliari, tesi con Domenico De Filippo sulla "conducibilità
elettrolitica"). Prima l'insegnamento soprattutto negli istituti agrari.
Poi in commissione d'esame, dall'Umbria alla Toscana, dal Piemonte al Veneto,
là dove il vino si produce e si vende, con qualità e tanto di sigilli
notarili. "Vedevo piccole aziende che sfornavano qualche migliaio di
bottiglie all'anno e le piazzavano nei migliori ristoranti anche fuori
dell'Italia. Mi sono chiesto: perché non lo posso fare anche io?".
Eccolo qui Tonino Arcadu, con i suoi 51 anni, dalla professione per la
cattedra all'hobby per a cantina, sotto Monte Corrasi, patria del Nepente
che inebriò Gabriele D'Annunzio.
Nepente, il vino che Omero ci dice bevesse Elena (glielo aveva offerto Polidama,
moglie di Tome, re d'Egitto). Nepente tonificante (dal greco ne penthos, non
afflizione).
Due i figli di Tonino Arcadu: Angelo, 16 anni, ancora agli studi, e Bastiana,
19 anni, di maturità, pronto all'iscrizione in Scienze dell'alimentazione. Le
vigne di famiglia sono tra Gostolai e Pedru Mele. Comincia nel 1989 con
cinquemila bottiglie, oggi siamo a quota sessantamila.
"Solo vini di qualità, di alta qualità, dal cannonau
riserva ai vini da dessert come Su gucciu
e il nuovissimo Cantico. Produco anche
un Barbagia bianco, piace". E questo vino dal nome Puer
sed formosus? "Una etichetta e un nome creato con la collaborazione
dell'Ailun, la libertà
università di Nuoro. Con l'Ailun studiamo e realizziamo prove di spettrometria
per dimostrare la qualità e la purezza dei nostri vini".
Il mercato? Il sessanta per cento della produzione resta in Sardegna, il
dieci per cento va in campo nazionale con sedi di elezione Roma e Milano, il
restante trenta per cento va all'estero con un importatore della svizzera
tedesca. "Ho trovato una clientela molto affezionata in Germania, adesso
stanno arrivando ordinazioni dal Regno Unito e da alcuni ristoranti
parigini". L'ultimo cliente è stato acquisito a Ravenna, col titolare del
ristorante "Mamuthones". Naturalmente di un sardo. "No, di un
ravennate che si è innamorato del carnevale di Mamoiada e ha battezzato il suo
locale con le nostre inquietanti maschere".
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