Ma se pur vorrete sostare alla foce d'Arno, qui dove fra tanta acqua dolce e amara
vive il vostro amico scandolezzatore e attende alla sua opera corruttrice che
anche una volta è per offendere la veneranda virtù dei contemporanei, io vi
prometto di sacrificare alla vostra sete un boccione d'olente vino d'Oliena
serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia
stato io testimone e complice.
Non conoscete il Nepente d'Oliena
neppure per fama?
Ahi, lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più
partirvi dall'ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di
quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domos de Janas,
per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo.
Io non lo conosco se non all'odore; e l'odore, indicibile, bastò a
inebriarmi.
Eravamo clerici vagantes per un selvatico maggio di Sardegna, io, Edoardo
Scarfoglio e Cesare Pascarella, or è gran tempo, quando giungemmo nella
patria del rimatore Raimondo Congiu piena di pastori e di tessitrici, ricca
d'olio e di miele, ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate.
Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti
ignoti; e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia, a gara.
Ah, mio sitibondo Hans Barth, come le vostre nari sagaci avrebbero
palpitato allorché il rosso Nepente sgorgò dal vetro con quel gorgoglio che suol
trarvi dal gorgozzule quei "certi amorevoli scrocchi" - parla il
nostro Firenzuola! - Avete nel cuore qualcuna di quelle Odi Purpuree di Hafiz
che cantano il vino e la rosa? Ci parve che l'anima stessa dell'Anacreonte
persiano emanasse dalla tazza colma, col colore del fuoco e con l'odore d'un
profondo roseto. Certo, chi beve quel vino non ha bisogno d'inghirlandarsi.
Il poeta epico di Villa Gloria, che allora allora col Morto de Campagna e
con la Serenata era entrato nell'arte giovanissimo maestro per la porta della
perfezione, non ebbe cuore di respingere un dono di ospitalità così fatto. E
io, ebro già dell'odore, lo pregavo di bere per me; e simile lo pregava il
nostro compagno. Cosicché per ogni dimora egli ritualmente votava tre tazze.
E di tre in tre compose nel suo cuore le terzine di molti mirabili sonetti che
non conosceremo giammai.
Ora accadde che nell'ultima casa, affacciata sopra un uliveto più bello e
più santo di quelli che ombrano la vita di Delfo, domandando l'ospite a
ciascuno di noi notizie del nostro paese natale, io fossi da lui riconosciuto
come il figlio del signore che nel lontano Abruzzo per singolari vicende
l'aveva accolto secondo l'antico nostro costume liberale. Commosso dal ricordo
sino alle lacrime, se bene avesse un occhio solo, egli si profuse in carezze
verso me e i compagni con tanto calore ch'io mi sentii perduto. Ma il Pasca
votò anche una volta tre e tre coppe. E io m'ebbi in dono una pelle di
cignale, un lungo fucile damaschinato d'argento e un caratello. Quando uscimmo
per raggiungere la nostra vettura, il generosissimo sostituto era già
trasformato in prisco Quirite e voleva lasciar su la via le vili brache
polverose per vestire a guisa di toga illustre il cuoio irsuto. Gli
persuademmo ch'egli fosse già togato. E allora meravigliosamente sragionando,
come s'egli avesse consuetudine della lunga veste, faceva l'atto di accogliere
al petto le pieghe della destra parte e di comporre sul braccio sinistro
quella specie di tracolla che dicevasi in Roma il seno della toga. E in quel
seno immaginario, pieno d'una inesausta eloquenza, fu di certo concepita
primamente la Storia romana. Esso poi e il Quirite si riempirono d'un letargo
che durò due giorni.
Ma in tutto (udite, luterano ligio alle regole papali!) la sbornia d'Oliena
fu quadriurna.
"Iam foetet" dice Marta a Gesù, come viene tolta la pietra sopra
Lazzaro giacente da quattro dì. Ma il Pasca dopo quattro dì auliva il roseto
di Hafiz. "Aduc bene olet!"
Andate dunque da Monterosso di Mare a Oliena
d'Oltremare, valicando il Tirreno sino al Golfo di Orosei, magari in
velivolo, o stirpe di Otto Lilienthal. Son certo che là è la meta sublime
delle vostre peregrinazioni eloquenti; là è l'estasi e il silenzio, in una
Casa di Fata e in un Sepolcro di Gigante. E il ricordo di tutte le taverne
laudate, dalla Verona della Luna, alla Capri di Herman Moll, sarà vanito.
E, preludendo e interludendo su le canne della launedda paesana, voi
canterete i versetti del salmo supremo, a imitazione di Minatchehr.
"A te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito
ultimamente.
"Il Sire Iddio ti dona a me, perché i piaceri del mio spirito e
del mio corpo sieno inimitabili.
"Possa tu senza tregua fluire dal quarteruolo alla coppa e dalla
coppa al gorgozzule.
"Possa io fino all'ultimo respiro rallegrarmi dell'odor tuo, e
del tuo colore avere il mio naso per sempre vermiglio.
"E, come il mio spirito abbandoni il mio corpo, in copia di te
sia lavata la mia spoglia, e di pampani avvolta, e colcata in terra a pie'
d'una vite grave di grappoli; che miglior sede non v'ha per attendere il
Giorno del Giudizio."
Ad multos annos, ilare amico, finché non abbiate bevuto almeno tanto vin
mero quanto d'acqua torba reca il Cedrino in piena di maggio per la terra
ospite!
Valeas foreas rubeas, multibibe doctor.
Ave.
Marina di Pisa, ottobre 1909